Lavoro sul piano emotivo

 

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di Francesco Citino

Pacificazione: nella filosofia di Sri Aurobindo questo è il termine usato per indicare il lavoro da fare sul piano vitale-emotivo. Si deve mettere pace al livello delle emozioni. La tradizione del Vedanta ha da subito compreso come la libertà dell’uomo dipende dalla sua libertà psicologica, la quale si deve attuare in ogni sfera del suo essere; per cui anche in quella emotiva.

La psicologia dell’intelligenza emotiva (D. Goleman), denuncia la scarsa consapevolezza della nostra vita emotiva, consumata in automatico, al di sotto del pensare frenetico ed incontrollato.

Uno dei modi che questa psicologia consiglia, è quello di ascoltare il “rumore di fondo” generato dagli stati d’animo e interrogarsi su tale rumore per giungere a conoscerlo, a conoscerne la causa e magari, se necessario, a cambiare il nostro comportamento in modo da non essere sopraffatti dalla suddetta emozione.

La direzione è quella dell’auto-osservazione, la stessa di altre psicologie così come di filosofie e pratiche. Qui però, il fondo emotivo è vissuto come un segnale di allarme da seguire e assecondare. In questo modo si conoscono gli oggetti che attraversano la nostra sfera emotiva, ma non si agisce sulle nostre “abitudini” emotive.

Una risposta più accurata ed operativa deriva dagli studi psicologici dell’orgonomia (W. Reich) e della bioenergetica (A. Lowen), in cui il fisico e le sue resistenze (momentanee e croniche), ci comunicano che c’è una particolare tensione emotiva e psichica. L’analisi del contenuto emotivo non è primaria, risulta invece fondamentale (specie in Lowen) un processo di radicamento, della nostra attenzione e coscienza, nel corpo, in modo da indebolire le resistenze generate dalle tensioni, e provocare risposte future più rilassate. Tali metodologie, a mio avviso, oltre ad essere comprovate dalla teoria periferica delle emozioni di W. James (attualmente ritornata in voga attraverso gli studi di P. Ekman), si avvicina molto alle concezioni che la tradizione ci ha tramandato.

Un altro approccio, che deriva dalla tradizione vedica, offre gli strumenti per agire mentalmente sul meccanismo di ricezione delle emozioni. Nello Yoga integrale di Sri Aurobindo si ignora il contenuto dell’emozione di per se, in quanto lo si considera come una traduzione mentale di un impulso proveniente dal piano di coscienza sottostante: il vitale. I moti di questo piano riguardano il sensoriale, il desiderante e l’emotivo. Per cui come prima cosa…

“il ricercatore distinguerà nell’esplorare il proprio vitale una frazione di mente che sembra avere la sola funzione di dare forma (e giustificazione) ai suoi impulsi, ai suoi sentimenti, ai suoi desideri: quella che Sri Aurobindo chiama MENTE VITALE. Ma, avendo già visto la necessità di far silenzio nella mente, il ricercatore estenderà tale disciplina allo stato mentale inferiore.”

Satprem – Sri Aurobindo, l’avventura della coscienza, pag. 83

Una volta svuotati dai contenuti mentali i vissuti del piano viale appaiono come contenuti vibratori, con i quali appunto entriamo in risonanza, vibrando di volta in volta di paura, di desiderio, di ira o d’altro.

La filosofia yogica ha da sempre considerato i vissuti come esterni all’uomo: quelli mentali provenienti da un mentale universale, quelli vitali provenienti da un vitale universale, e così via. Tale visione è molto vicina alla filosofia platonica.

Se siamo in grado di far silenzio dentro, ci appare subito chiaro che tutte quelle vicende non sono affatto le nostre: tutto viene da fuori. Solo che sintonizzandoci sempre sulla stessa lunghezza d’onda, ci lasciamo invadere da tutti i contagi”.

Satprem – Sri Aurobindo, l’avventura della coscienza, pag. 86

Il lavoro consta quindi di una auto-osservazione, proveniente dal silenzio, e della dissociazione dai vissuti (pure nella terapia reichiana le resistenze vengono viste come esogene, appartenenti alla superficie caratteriale, e non al nostro io).

Nel sistema Samkhya descritto da Sri Sathya Sai Baba la mente è in stretta relazione ai sensi, tant’è che è considerata il sesto senso. Il suo corretto funzionamento dipende da questa relazione. La mente, infatti, può essere impura, se è controllata dai sensi e pura se controlla i sensi ed è controllata dall’intelletto (Buddi ovvero il discernimento). A questo proposito Sai Baba consiglia di non infastidire la mente con pensieri nati dal contatto con gli organi di senso, di impedirle di entrare in contatto con le sensazioni derivanti da quegli organi. Gli insegnamenti di Swami non solo coincidono con la separazione fra il piano vitale e quello mentale tipica dello Yoga integrale, ma ci spingono ad un contatto con la mente superiore o trascendentale (visione della mente dimensionale) e con il nostro intelletto.

BIBLIOGRAFIA

Satprem – Sri Aurobindo, l’avventura della coscienza,

S.S.Sai Baba – La Filosofia dell’azione

S.S.Sai Baba – Sai Gita

W. Reich – Analisi del carattere

D. Goleman – La natura dell’intelligenza emotiva

L. Marchino e M. Mizrahil – Il corpo non mente

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