Schemi e vissuti

Odysseus (Ulysses) and the Sirens - painting by Otto Greiner, depicting Odysseus having himself chained to the mast of his boat,...A7HXBF Odysseus (Ulysses) and the Sirens - painting by Otto Greiner, depicting Odysseus having himself chained to the mast of his boat,

di Francesco Citino

Premessa:

Questo articolo è particolare, non vuole essere una riflessione su unità di ordine universale, ma vuole indagare come gli universali, qui trattati come schemi di comportamento, situazioni e contesti che si ripetono, agiscono sui vissuti. L’obbiettivo primario è l’indagare le dinamiche, nonostante riconosco che “il guadagno secondario” di questa visione può in alcuni casi essere la consolazione.

1. No comfort zone

Viviamo barricati dietro instabili certezze: relazioni, lavoro, luoghi. Attraverso esse evolviamo la nostra capacità di azione, costruiamo la nostra identità, lasciamo una traccia nel mondo.

Ma nello stesso tempo, nell’oscuro del nostro io, sviluppiamo un senso di inerzia, innalziamo barriere dietro cui nascondiamo le nostre fragilità, tenendole al riparo dall’esperienza e dal cambiamento.

2. l’Odissea

Ma poi la vita si presenta con tutto il suo determinismo, con tutti quegli schemi universali a cui non possiamo sottrarci, in modo molto simile a ciò che Pleé e Saiko chiamano “i rituali”1. Questi schemi rappresentano ogni vissuto che riesce a provocare uno sconvolgimento di quelle sicurezze che ci siamo costruiti, che ci costringe a intraprendere una odissea, che ci buttano in zone di scarso conforto. Lo schema è il riconoscimento dell’esperienza che scavalca la soglia del mutamento non osservabile, è il “viaggio dell’Eroe2”.

La vita è un Odissea di schemi che ognuno di noi vive da Ulisse in balia del fato e dell’incoscienza.

Come per il troglodita dell’episodio “l’immortale” dell’Aleph di Borges, che accompagna ostinatamente il protagonista, un tribuno romano alla ricerca della terra degli immortali, al punto da meritarsi da questo il soprannome di Argo, il cane di Ulisse:

Declinava la notte; sotto le nuvole gialle la tribù, non meno felice di me, si offriva ai violenti scrosci in una specie di estasi. Sembravano coribanti posseduti dalla divinità. Argo, gli occhi rivolti al cielo, gemeva; rivoli gli scorrevano per il volto; non solo d’acqua, ma (come capii dopo) di lacrime. Argo! – gli gridai – Argo!

Allora, con tenue meraviglia, come se scoprisse una cosa perduta e dimenticata da tempo, Argo balbettò queste parole: Argo, cane di Ulisse. E poi sempre senza guardami: Questo cane gettato nello sterco. Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale. Gli chiesi cosa sapeva dell’Odissea. L’uso del greco gli riusciva faticoso: dovetti ripetere la domanda.

Molto poco, disse. Meno del rapsodo più povero. Saranno passati mille e cento anni da quando l’inventai.

Tutto mi fu chiarito, quel giorno. I trogloditi erano gl’Immortali;

[…]

dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre almeno una volta l’Odissea.3

3. Attentare a se stessi

Operazione centrale dell’opera di Carmelo Bene è “l’attentare a se stessi”, all’io, al soggetto. Nel quadro di questo discorso sarebbe, attentare alle nostre sicurezze, costringersi a fare esperienza, vivere scomodi, rinunciare, ridursi, sottrarsi. Attentare all’io affinché emerga il Sé.

Tale operazione si colloca, a mio avviso, al pari della “manovra dell’agguato” di Castaneda, degli shock di Gurdjieff, e di altri strumenti, in quell’asse di solito definito come la contro-iniziazione.

Il senso dell’attentato è la decostruzione delle false identità: attraverso quegli sprazzi di vita, dati dalle congiunture apparentemente avverse, o comunque destabilizzanti, riscopriamo il nostro potenziale polimorfico, ci fondiamo nell’azione di impensabili esperienze, scorgendo, se ne abbiamo occhio, quel silenzioso testimone che guida ogni nostra vicenda interiore.

1H. Plée, F. Saiko, L’arte sublime ed estrema dei punti vitali, ed. Mediterranee, 1999
2C. S. Pearson, Risvegliare l’eroe dentro di noi. Dodici archetipi per trovare noi stessi. Astrolabio-Ubaldini 1992.
3J. L. Borges, L’aleph, Feltrinelli, 2009

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