Principi di Filosofia dell’Azione

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Di Francesco Citino

INTRO

Per gli organismi viventi non esiste uno stato di immobilità: minimi, involontari quanto invisibili movimenti ne caratterizzano la struttura muscolare. Per non parlare di infiniti flussi interni: sanguigni, linfatici, sinaptici…

L’uomo in quanto organismo vive di/in questo fluire, impossibilitato alla stasi. Anche culturalmente il concetto di immobilità ha perso la sua connotazione assoluta: è il caso del silenzio, il quale secondo la pragmatica riveste un peso comunicativo al pari del messaggio.

Inoltre con la sua configurazione, l’uomo è capace di avere gradi di consapevolezza sempre maggiori delle dinamiche che lo attraversano. Ed è nei gradi superiori che si sviluppa l’azione cosciente, quella guidata dalla volontà(1).

  • L’eterogenesi dei fini

Il primo di questi principi è sintetizzabile con la frase di W. Wundt: “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”, e dice che i risultati dell’azione (o flussi di azioni) sono indipendenti, e spesso divergono, dalle intenzioni da cui derivano.

Questa concezione deriva dalla filosofia di Gianbattista Vico, secondo cui l’agire dell’essere umano è guidato da una forza a lui superiore. Quindi, nonostante le motivazioni egoistiche ed utilitaristiche dell’uomo, si producono risultati giusti ed evoluti.

Logicamente vale anche il contrario, spesso le azioni motivate da alti principi finiscono per produrre conclusioni opposte. Per cui l’agire umano risulterebbe una continua distorsione e un succedersi di incidenti che deviano la volontà iniziale.

Quindi possiamo riconoscere in questo primo principio il processo di dispersione della volontà, ed inquadrare il piano dell’azione come un concretizzarsi che procede a tentativi ed errori o comunque un procedere discontinuo rispetto alla volontà iniziale.

  • Il principio di Pareto

Quella elaborata da Vilfredo Pareto non è una legge matematica, ma più una osservazione empirica e dice che il 20% delle cause produce l’80% degli effetti. Ciò ha trovato applicazione nella gestione di impresa e nel controllo della qualità, ambiti in cui è possibile osservare realtà come “il 20% dei clienti genera l’80% del fatturato”. Ma questo “squilibrio prevedibile [che] agisce nell’Universo” come era definito da Richard Koch ci indica un principio di immanenza, per cui all’interno del nostro agire vi è già il seme di risultati che si espanderanno ben più di quanto previsto.

  • L’azione disinteressata

Agire in modo disinteressato vuol dire non occuparsi delle conseguenze, dei risultati e dei frutti che le proprie azioni comporteranno. In termini psicologici, agire in tal modo equivale ad agire non per ottenere qualcosa (motivazione estrinseca), ma agire per agire (motivazione intrinseca): per un principio di giustizia(2), per apprendere dall’azione e per il piacere e la soddisfazione che genera l’azione stessa.

Oltre ai benefici di questo cambio di prospettiva motivazionale da estrinseca ad intrinseca, ve ne è un altro, altrettanto importante: tale principio insegna a distaccarsi, a non identificarsi con l’azione. Ogni identificazione con l’esterno è portatrice di illusione, in quanto ci allontana dal conoscere il nostro Sé reale. Tale processo per quanto potrebbe essere asintotico sarebbe comunque più reale che l’identificazione egoica con successi passeggeri e mondani, troppo poco imperituri per non provocare fluttuazioni nell’umore e nell’io di chi ci si identifica.

  • Motivazioni per cui agire

Secondo la Mahavakya(3) nell’azione vi è l’integrazione fra mente-volontà-corpo. Il processo di integrare, di far “lavorare” insieme le componenti del nostro essere ha un valore psicologico molto importante, in quanto permette di essere coscienti della nostra struttura psichica, di “strappare” all’inconscio e all’inerzia (tamas) parti del nostro io.

Nell’azione l’uomo troverebbe il senso del suo stare al mondo: l’esperienza, ossia l’intersezione di conoscenza e azione, l’innescarsi di memorie, di rappresentazioni, di impressioni in seguito all’agire.

A tal proposito è utile ricordare le parole di Maturana e Varela riguardo all’esperienza:

“L’esperienza di qualcosa là fuori è convalidata in modo particolare dalla struttura umana che rende possibile «la cosa» che emerge dalla descrizione.

Questa circolarità, questo concatenamento fra azione ed esperienza, questa indissolubilità fra essere in un modo particolare e il modo in cui il mondo ci appare, ci dice che ogni atto di conoscenza ci porta un mondo fra le mani. […] Tutto ciò si può condensare nell’aforisma: Ogni azione è conoscenza e ogni conoscenza è azione.” (4)

I due autori specificano che ciò non è solo valido per il mondo fisico della percezione, ma vale anche per i processi superiori.

CONCLUSIONI

Portando questa riflessione ad un piano di astrazione maggiore, possiamo dire che l’Azione disperde, concretizza, espande un energia primaria, una volontà. Ciò avviene per tentativi, per errori, per mutazioni.

Nell’azione vi è l’impatto dell’uomo sul reale; ma solo se ci si dimentica di questo impatto, se ci si dimentica dell’azione non appena essa è compiuta, è possibile aprirsi al suo potenziale conoscitivo.

Se come dicono Maturana e Valera, il nostro conoscere dipende dalle nostre strutture interne, nell’azione, in cui vi è il coinvolgimento di gran parte del nostro essere, la conoscenza sarà più completa e precisa.

Inoltre sempre adottando questa circolarità fra azione e conoscenza, non dobbiamo sottovalutare il potere auto-conoscitivo dell’azione: non solo nell’azione vi è una messa alla prova di abilità e conoscenze regresse, ma vi è l’attivazione di componenti interiori prima adagiate nell’inattività o nella attività meccanica dell’inconscio; già l’emergere nel campo della coscienza di queste componenti (parlo della volizione, dell’immaginazione, di virtù caratteriali quale il coraggio, la generosità ecc…) ha una valenza auto-conoscitiva, in quanto il soggetto ne fa esperienza.

L’azione è quindi un mezzo di autocoscienza, sia per l’individuo che per l’essere.

NOTE

  1. vedi F. Citino “Motivazione e filosofia orientali”, http://pensieroperante.altervista.org/motivazione-e-filosofie-orientali/
  2. parlo di un principio di giustizia dato da un discernimento interiore, non da morali esterne.
  3. il Mahavakya è un corso di Leadership sviluppato in India che prende il nome dai “cinque grandi enunciati filosofici” della cultura vedica. http://www.jayanwalter.com/mahavakya-testo.html
  4. Maturana, Varela 1992. L’albero della conoscenza, Garzanti, Milano

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