Alcune riflessioni su “Todo Modo”

di Francesco Citino

Todo Modo” è un film di Elio Petri liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia. Entrambe le opere risalgono alla metà degli anni settanta e, seppur con differenze di intreccio e di toni espressivi, condividono i punti salienti della trama. La storia narra di alcuni “illustri” omicidi avvenuti durante gli annuali esercizi spirituali tenuti da un oscuro prete di nome Don Gaetano per l’allora classe dirigente, politica ed imprenditoriale democristiana.

Per quanto possibile considererò le due opere un unico corpus, in quanto facenti parte del medesimo progetto politico, salvo alcuni casi in cui sarà necessario uno sguardo più vivisettorio nei confronti dell’una o dell’altra opera.

I livelli del potere

Il potere nell’opera risulta stratificato su più livelli; essi corrispondono ai diversi modi con cui i personaggi lo esercitano:
un primo livello è caratterizzato dalla venalità e dagli interessi personalistici. I personaggi che appartengono a questo livello praticano gli esercizi spirituali di Don Gaetano solo per stabilire relazioni. Si tratta di politici e imprenditori arraffoni e boriosi, con una naturale inclinazione al complotto e al malaffare. Gli stereotipi e le metafore utilizzate da Petri per la loro descrizione, per quanto banali, risultano essere estremamente potenti: infatti è proprio la scontatezza di tali mezzi descrittivi che, appiattendo i personaggi, riesce a rendere l’idea dell’uomo superficiale, del gruppo omogeneo e conformato, dell’assenza di un qualsiasi guizzo di individualità.

La scena del film ambientata in mensa, in cui Voltrano (personaggio che come vedremo appartiene al secondo livello) propone, seguendo le indicazioni di Sant’Ignazio da Loyola, di digiunare, appartiene paradigmaticamente alla descrizione di questo livello: tutti si accorgono del doppio senso insito nelle parole di Voltrano, che allude ad “altri modi di mangiare”. L’ira si palesa nei volti scomposti dei commensali, c’è chi alza la voce, chi si scambia accuse e chi, uscendo definitivamente dalla metafora del “mangiare” e parlando chiaramente del rubare, porta la discussione in un ambito volgare, se non addirittura pornografico.

Il secondo livello è rappresentato da un solo individuo sia nel libro che nel film. Michelozzi nel romanzo di Sciascia, onorevole rispettatissimo che “non ha mai rubato per sè, ma per il partito”, Voltrano nel film, individuo ambiguo, un oscuro e penitente eremita che ammette di aver rubato, ma che nello stesso tempo dichiara che il “comandare è meglio del fottere”, manifestando un imperativo che supera la venalità di cui sono caratterizzati gli altri.

Il secondo livello diviene più visibile nel film: Voltrano non è come gli altri: anche nella fisicità è alto e magrissimo, ha un aspetto contemporaneamente solenne e spettrale. Si fustiga, digiuna, fa pubblica ammenda, cerca in ogni modo di entrare nelle grazie dei potenti del primo livello, ma in un modo che conserva la sua ambiguità di fondo, ossia o attraverso la penitenza e il rigore morale, o attraverso il ricatto.

Il terzo livello nel romanzo è rappresentato esclusivamente da Don Gaetano, laddove nel film partecipano a questo insieme anche “il presidente” e “lui” (chiari riferimenti ad Aldo Moro e Giulio Andreotti). In questo livello non vi sono interessi personalistici e gli individui sono mossi da principi, imperativi, visioni del mondo, espressioni “eggregoriche”. I personaggi sono rivestiti da una certa marzialità, che se ben si distanzia da una impeccabilità morale, a questa può assomigliare in quanto esprime la massima aderenza, nelle proprie azioni e scelte politiche, ad un fine sovraordinato. E questo fine inesprimibile è l’arcano del potere, il suo mistero, ma nello stesso tempo è il senso stesso dell’esercitare quel potere “sugli uomini e sulle cose”.

Si può pertanto parlare di “rete”. I livelli non sono affatto separati, sono tutti complici del malaffare. Petri offre questa visione attraverso il movente che spinge il “Presidente” a compiere gli omicidi, ossia quello di smantellare la rete stessa. Ciò avviene mediante un forte connotato simbolico: gli omicidi non hanno un ordine casuale, ma vengono indicati attraverso la massima ignaziana “Todo modo para buscar la voluntad divina”, frase che sezionata, sillabata, scomposta viene ricostruita dall’assassino attraverso gli acronimi degli enti statali, parastatali e delle fondazioni a cui i presenti agli esercizi fanno parte. Questo il movente: compiere la volontà divina smantellando la rete di interessi che hanno abusato del bene pubblico.

La leadership oscura di Don Gaetano

Mentre nell’opera di Sciascia dalla bocca di Don Gaetano esce più di una volta la parola “distruzione”, nel film di Petri di certo lui interpreta una forza conservatrice, ma non perché promuove sfacciatamente la conservazione dello status quo. Egli impiega la sua influenza per affrontare questioni quali la differenza di classe, la povertà e l’ignoranza non per il bene del popolo, ma in vista di uno scopo sovraordinato che riconfermi il potere della sua chiesa.

Don Gaetano è il pragmatico rappresentate di una teologia negativa, del suo dio non si trova traccia nel mondo e negli uomini, e ad esso non vi si può accostare se non con metodo negativo, ossia affermando ciò che egli non è. Nel suo discorso con il “Presidente” troviamo parte della frase di Dionigi l’Areopagita che apre il libro di Sciascia

Questa sua “visione del mondo” gli permette di essere (come egli stesso afferma) un prete cattivo, un prete che cerca la volontà divina attraverso un esercizio del potere che sia valorizzazione del limite, dell’errore, consapevolezza della fallibilità umana (direi allontanamento del divino da se stessi).

Perduta ogni speranza che si possa trovare la volontà divina servendo l’uomo, il popolo, Don Gaetano spinge questa sua ricerca verso un ignoto, un piano insondabile. Potrebbe essere al servizio di un occulto burattinaio, di una gerarchia infinita che si perde nell’ideale, nell’astratto, un po’ come la burocrazia del processo di Kafka.

Ma ciò che è oscuro all’uomo comune è visibile a Don Gaetano: sono molteplici in Sciascia i riferimenti (simbolici) allo sguardo di Don Gaetano: il suo sguardo è sempre sfocato verso chi gli sta attorno, ne ha consapevolezza ma senza prestargli attenzione. Il suo sguardo non è mai all’altezza del suo parlare, così affilato e così vivo, salvo nel momento in cui indossa gli occhiali a pince nez, copia esatta di quelli che indossa il diavolo nel dipinto esposto nella cappella dell’eremo. E sono proprio quegli occhiali ad inquietare incredibilmente il protagonista del romanzo, come se intuisse attraverso questo particolare l’inquietante visione del mondo di Don Gaetano: la sua attenzione non è portata al prossimo suo, ma a quell’insondabile, al progetto oscuro ai più, ma che egli vede con lungimiranza attraverso gli “occhiali” del diavolo.

Il rito, la catarsi o la purificazione attraverso la colpa, e l’inconscio come il ricettacolo delle potenze.

Gli esercizi spirituali sono usati da Don Gaetano come una potente psicotecnica con cui formare e plasmare la classe dirigente.

L’aspetto rituale degli esercizi di Loyola inizialmente ha la funzione di attirare i potenti che si conformano ai valori che sottostanno a tale pratica, per cui inizialmente i politici aderiscono agli esercizi spirituali come ad una colorita tradizione di partito. Ma è risaputo che ad una acquiescenza pubblica non per forza corrisponde una accettazione privata di tali valori. Infatti la seconda funzione del rito è quella di rendere consapevoli gli esercitanti di quei valori fino ad allora accettati solo formalmente. Don Gaetano prescrive delle meditazioni sul potere, sull’accumulo di beni, sul peccato, ecc, in modo da attivare, mediante la riflessione, i valori cristiani connessi a questi temi.

La catarsi negli esercizi guidati da Don Gaetano non è una purificazione dalla colpa, ma una purificazione attraverso la colpa: gli esercitanti in quanto potenti, sono ladri, corrotti, truffatori. La loro è la condizione del peccato, e il ruolo di Don Gaetano è proprio quello di svestire loro di ogni privilegio e trattarli da peccatori. I toni sono duri, di accusa, le meditazioni usano simboli feroci con il tentativo di risvegliare una qualche coscienza morale.

La condizione di spoliazione in cui Don Gaetano immerge i partecipanti non è atta a forgiare un politico giusto, ma a creare un terreno di manipolazione attraverso l’uso strumentale del senso di colpa.

Da un altro punto di vista potremmo vedere questo atteggiamento in linea con la visione del mondo di Don Gaetano: lui non crede nell’uomo, nel suo migliorarsi, ed infatti agisce come se dagli aspetti più oscuri dell’uomo si possa generare qualcosa, che sia la volontà divina, una progettualità politica o semplicemente l’esaltazione della santità per contrasto con la cattiveria diffusa, poco importa.. ciò che è palese è la direzione in cui va il suo operato. Gli esercizi spirituali stessi sono simbolo di questa direzione: il salmodiare ossessivo della recita del rosario, la preghiera igniaziana con la respirazione profonda, appaiono come degli strumenti per raggiungere le oscurità di un inconscio. Come se l’individuo perda l’obiettivo di governarsi dai lumi di una ragione critica e individuale, arrivando ad una cieca scoperta delle potenze dell’inconscio, in una trance cieca, in cui venir traghettati, magari da un diavolo con gli occhiali.

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